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I nuovi mezzi ci hanno accompagnato a molti cambiamenti, forse più di quanti per ora comprendiamo. Un esempio può essere, nel campo del cinema, quello del passaggio dalla visione dal grande schermo a quello “medio” dei televisori, per arrivare a fruire di molte pellicole unicamente attraverso piccoli e piccolissimi schermi di tablet e smartphone.

Spazi diversi, quindi, e anche scansione del tempo diversa e ritmi diversi.
Di qui, cambiamenti, modifiche anche nella tipologia di ciò che leggiamo.

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Così è capitato e sta capitando anche per la poesia, anch’essa oggi veicolata dai mezzi digitali e che, a parte le tradizionali forme brevi – a questo proposito ricordiamo la forma dei componimenti poetici giapponesi chiamati haiku formati da tre versi, così come certa poesia ermetica italiana quale quella di Ungaretti – sembra trovarsi bene nello spazio ridotto imposto dalle particolari modalità di lettura degli smartphone.

Esempi – a ben vedere soprattutto da parte di voci femminili – appaiono su LinkedIn, su Instagram, ma anche su Facebook, Tumblr e altri social, dove appunto l’immediatezza, i tempi di lettura e le procedure di passaggio da un post a un altro, da una pagina a un’altra, sono sempre più contratti e hanno abituato il fruitore a scorrere velocemente le righe, a far sì che l’attenzione venga presa e mantenuta più su qualcosa di istantaneo che su qualcosa di strutturato.

Al di là dei gusti personali in fatto di poesia – per dire la verità, personalmente privilegio la poesia breve rispetto a quella con maggior numero di versi per la sua essenzialità e il suo “arrivare all’osso” – è vero che, in questo senso, ci si può chiedere se la tendenza a fruire di certe forme di scrittura è data più dal doversi attenere a esigenze tecniche che a consapevoli scelte artistiche.

Una modalità di composizione, quella breve, che del resto si potrebbe dire accomuni diversi altri tipi di scrittura, anche non prettamente culturali, e che potrebbe trovare un parallelo, almeno nella struttura, nelle forme di testo commerciale – si pensi all’efficacia dei cosiddetti slogan in pubblicità e del payoff di un marchio – e alla grande diffusione che hanno le frasi a effetto, gli aforismi e le citazioni nel mondo dei social e in generale nella rete.

Certo, il rischio è quello di cui già in diversi hanno parlato, e cioè che i propri versi vengano paragonati alle righe che si possono leggere quando si scartano certi famosi cioccolatini, ma è vero che, come in ogni ambito, è il lettore a poter determinare il valore di uno scritto, che sia breve o lungo, postato su un social o pubblicato su carta. Da riconoscere, comunque, che i mezzi digitali hanno dato la possibilità di esprimersi maggiormente e che possono rappresentare il mezzo per veicolare forme di scrittura come la poesia che, se non proprio morte, si erano date almeno come moribonde.

Una questione, dunque, che può essere letta sotto diversi aspetti: è stata la poesia ad adattarsi al mezzo digitale – e quindi il mezzo digitale che ha cambiato la poesia – o il mezzo digitale ha rappresentato il giusto spazio per un genere di componimento che ha trovato nella forma breve la misura che più si confà ai nostri tempi ed è più consona al modo – oggi – di scrivere e leggere poesia?

Difficile dirlo, soprattutto mentre stiamo vivendo questi grandi cambiamenti. Fatto sta, c’è da dire che chi oggi vuol far poesia sa qual è l’importanza che hanno i social network e quanto siano ormai essenziali per promuoversi.

E poi si sa: di poeti che hanno vissuto solo della loro poesia ce ne sono ben pochi. Ben vengano quindi iniziative come quelle di poeti che utilizzano i loro blog o le loro pagine social come vetrine per vendere gadget con i loro versi (tazze, t-shirt, poster…), così come quei – pochi per la verità – fortunati che sono stati notati da grandi nomi della moda o di altri marchi noti, e le cui poesie sono state immortalate su capi e accessori di alta moda così come su altri supporti commerciali di richiamo.

Alessandra Buschi

lavoro da freelance

Lavorare da freelance è una questione di scelta. L’unica risposta possibile alla domanda “Come mai fai il freelance?” non è “Sai mi è capitata questa occasione e ho deciso di coglierla al volo. Certi treni passano una volta sola”.

Questa potrebbe essere la classica e abusata risposta per un impiego di quelli di una volta, con un bel contratto a tempo indeterminato. Il lavoro da freelance appartiene di più alla temuta categoria delle scelte di vita. E le motivazioni dell’appartenenza sono tante: assenza di orari fissi, assenza di stipendio fisso, assenza di ferie prestabilite e così via.

lavoro da freelance

Perché allora cimentarsi in un’attività lavorativa in cui sembrano assenti tutti i presupposti per la tranquillità? Molto dipende da una predisposizione naturale, ma molto dipende anche dai settori e dall’offerta lavorativa che li caratterizza. In alcuni casi si tratta sì di una scelta, ma di una scelta quasi obbligata.
In tutti gli altri casi ci sono degli aspetti della personalità che portano quasi naturalmente a svolgere un’attività freelance. Riconoscersi in questi aspetti significa rendersi conto che sì, la carriera del freelance è decisamente quella giusta!

I quattro segnali per capire quando si è pronti a un lavoro da freelance

Esistono dei segnali chiari che bisogna ascoltare prima di imbarcarsi in una vita da freelance. Funzionano come un piccolo grillo parlante, piazzato lì sulla spalla a indicare la strada migliore da percorrere. Se la predisposizione è verso la vita da lavoratore indipendente, il grillo in questione dovrebbe sottolineare questi aspetti:

Buona conoscenza del funzionamento delle partite IVA, nessuna paura del commercialista e conti in ordine: questi tre elementi sono la base di partenza. Prima di iniziare un’attività da freelance, sarebbe bene poter disporre di un piccolo capitale. Durante il periodo di rodaggio, i guadagni non saranno eccezionali e avere un gruzzolo da cui attingere consente di affrontare le difficoltà con maggiore serenità.

Il conto in ordine, però, non basta se la partita IVA è un mondo sconosciuto. Le partite IVA sono il classico argomento di cui tutti sanno tutto e nessuno sa niente. Sono cioè uno di quegli argomenti su cui ognuno è pronto a esprimere un parere, di solito negativo, ma di cui nessuno conosce con esattezza il funzionamento. L’unica certezza sbandierata è: il carico fiscale esagerato.

Una buona conoscenza dell’argomento è un’arma imporante per chi vuole diventare freelance. Iniziare con l’informarsi per esempio sul regime forfetario, che ha sostituito il vecchio regime dei minimi, è un primo passo. Esistono, infatti, dei vantaggi per i titolari delle partite IVA che sono in possesso dei requisiti per accedere al regime forfetario. Tutti questi aspetti vanno approfonditi con calma e messi nella lista di pro e contro che qualsiasi lavoratore alle prese con la decisione di affrontare l’avventura da freelance dovrebbe valutare.

Capacità di separare vita privata e vita professionale: il lavoro da freelance rischia di fagocitare tutto, mangiandosi le ore libere, i fine settimana e i giorni di ferie. La predisposizione istintiva a vivere su due binari paralleli è il segnale che dà il via libera alla scelta del lavoro indipendente.

Disciplina, disciplina e poi ancora disciplina: un buon freelance è disciplinato, organizzato e vive con il calendario sotto il naso. Organizzazione è la parola d’ordine che permette di affrontare le giornate rispettando scadenze e richieste. È vero il lavoro creativo è considerato senza regole, ma nel caso del creativo freelance le regole sono dettate dal compenso economico. Ecco perché la disciplina è fondamentale, perché ogni commessa ricevuta da un cliente va valutata in termini di tempo, impegno e compenso. Essere disciplinati permette di far andare d’accordo tutti questi aspetti e di essere soddisfatti del rapporto tempo impiegato-ricavo ottenuto-risultato del lavoro. Se non si è disciplinati ma si è fermamente disposti a diventarlo, allora la vita da freelance continua a essere un’opzione da prendere in considerazione.

Consapevolezza della propria professionalità: saper valutare la propria professionalità significa non svendersi, significa saper elaborare preventivi in linea con le proprie capacità e significa anche avere la forza di non abbassare troppo i propri tariffari. Il mondo del freelance è fatto da migliaia di altri freelance che svolgono lo stesso lavoro e che potrebbero applicare costi più bassi. Se non si ha piena consapevolezza di quello che si può offrire in termini lavorativi e del tipo di qualità che ci contraddistingue dagli altri, si rischia di non essere in grado ai autovalutarsi. E questo purtroppo può diventare un’arma a doppio taglio. Qual è il rischio? Ci si svaluta pur di conquistare un cliente e si lavora con un rapporto sfavorevole impegno-tempo-ricavo. A questo poi si aggiunge la componente psicologica dell’insoddisfazione, che può portare sull’urlo di quel brutto baratro denominato frustrazione!

Rina Zamarra

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Cosa vi viene in mente quando sentite nominare la Procter & Gamble? Sicuramente vi passeranno davanti una sfilza di marchi che appartengono alla multinazionale, che vanno da Gillette, Pampers, Tampax e tanti altri.

Ma se questa domanda l’avessimo fatta prima del 2012, per l’esattezza prima delle Olimpiadi di Londra, in pochi avrebbero saputo di cosa si trattava. Eppure la multinazionale americana ha una storia antica alle spalle, degna di essere raccontata, ma per una scelta strategica, sino a quella fatidica data, ha deciso di rimanere silente e di far crescere i suoi marchi singolarmente. La sua Brand Architecture era molto chiara e strutturata in maniera che ogni brand costituisse una singola azienda nell’immaginario dei clienti. Ma cos’è esattamente una Brand Architecture?

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Brand Architecture

La Brand Architecture è la strategia che consente di organizzare i diversi marchi, prodotti e servizi che fanno capo ad un’azienda. E’ l’organizzazione dei diversi business, che questa offre. E’ lo strumento mediante la quale sono definiti i ruoli gerarchici e l’organizzazione dei diversi brand.

Per concretizzare il concetto, immaginate la Brand Architecture come un albero genealogico, in cui sono inseriti i prodotti e servizi offerti in maniera gerarchica. Questa struttura ha lo scopo non solo di rendere ben chiara l’organizzazione stessa del brand, ma anche come questo si presenta al pubblico, cioè ai possibili clienti. E’ l’architettura strutturale di una azienda, mediante la quale sono definiti i ruoli gerarchici e l’organizzazione dei diversi brand.

La Brand Architecture aiuta a comprendere meglio la natura del business di un’ azienda e a dare al cliente un’idea concreta di ciò di cui si occupa. Lo aiuta a trovare esattamente quello che sta cercando. Una Brand Architecture di successo mette i consumatori nella condizione di crearsi delle opinioni e delle preferenze tangibili su determinati marchi.

Mettere in campo una strategia di Brand Architecture risulta molto utile non solo nel momento di creazione del brand, per dargli una definizione e una struttura solida e consistente, ma anche in tutti quei momenti in cui interviene una nuova situazione che potrebbe modificare la conformazione dell’impresa, come ad esempio il lancio di un nuovo prodotto sul mercato. Attraverso la Brand Architecture Strategy sarà più facile allinearsi con la mission della casa madre, decidere quale strategia seguire, che identità dare al nuovo prodotto, come piazzarlo sul mercato, distribuire in maniera coerente e efficiente le risorse e riorganizzare i diversi settori aziendali.

Come queste imprese, che racchiudono in sé numerosi brand, decidono di mostrarsi ai consumatori, dipende dalla Brand Architecture strategy che si mette in campo.

I diversi tipi di Brand Architecture

Le strategie di Brand Architecture possono essere svariate, ognuna ha i suoi punti di forza e le sue debolezze, le più comuni sono tre e si possono riassumere in: Branded House, Sub Branding, House of Brands.

Il primo modello è il Branded House o Modello Monolitico e viene utilizzato quando tutti i brand sono immediatamente riconducibili alla casa madre, perché ne riportano il nome e il logo. E’ il caso, per esempio della Virgin, i cui differenti marchi sono facilmente riconoscibili e collegabili alla casa madre. Ne hanno in comune la reputazione e l’affidabilità sul mercato. Tra i vantaggi di questa strategia c’è sicuramente quello di sfruttare l’immagine aziendale e la possibilità di condividere la comunicazione e quindi di risparmiare sfruttando un economia di scala. D’altro canto un possibile danno d’immagine andrebbe ad attaccare tutta l’azienda e i singoli brand.

Si parla di Sub-Branding o Modello derivato nel caso in cui i differenti brand mantengono una loro identità e autonomia, anche se rimangono comunque legati alla casa madre e ne riportano solitamente il nome e il logo. E’ il caso di Sony Playstation, per esempio. Il brand Playstation condivide la mission e i valori che stanno in capo alla Sony, ma ha la libertà di portare avanti strategie separate e indipendenti, godendo appieno della fama della casa madre.

Un ottimo esempio di House of Brands o Modello multiplo, invece, è quello usato dalla Procter & Gamble. In questo caso ogni marchio agisce come una singola azienda e spesso il brand genitore è sconosciuto ai clienti. Può accadere che convivano nello stesso schema gerarchico due aziende concorrenti, dove ognuna si comporterà in maniera individuale rispetto all’altra. Questo sistema protegge ogni singolo brand dalla reputazione dell’altro, in caso di crisi, ma ha anche dei costi maggiori di organizzazione dovuti alla struttura più articolata delle aziende singole.

Grazie a questi modelli, che strutturano la Brand Architecture, un’azienda è in grado di capire e scegliere come è meglio presentarsi al mercato e ai possibili consumatori.

Monica Curreli

Logo Tmall

Molto probabilmente conosci e hai anche usato AliBaba, l’e-commerce cinese con una miriade di prodotti che spedisce (pur se talvolta con tempi abbastanza lunghi) anche in Italia. È poco probabile però che tu sappia cos’è Tmall. Parliamo di un marketplace anch’esso del gruppo Alibaba che offre molte possibilità interessanti per il marketing e il commercio nel mercato cinese per gli occidentali. Considerando poi che il made in Italy è amatissimo in Cina la possibilità è da considerare.

Logo Tmall

Cos’è Tmall

Tmall è una piattaforma online B2b di proprietà di Alibaba pensata per la vendita di prodotti di marchi occidentali in Cina. Solo marchi di qualità nota e certificata posso essere venduti su Tmall. Per cui a differenza di altre piattaforme bisogna passare una serie di criteri ed essere giudicati come marchi di fiducia per mettere in vendita i propri prodotti su Tmall. Tmall permette di vendere direttamente agli acquirenti cinesi, attraverso depositi e warehouse collocati nelle «free trade zone», ovvero aree sul territorio cinese che consentono il libero scambio, con una riduzione dei costi di logistica e dei tempi di consegna. Le categorie di prodotti più vendute sono: Abbigliamento, accessori e calzature, Bellezza e cura della pelle, Mamma e bambino, Cura personale, Elettronica.

Principali caratteristiche di Tmall

Tmall offre molti vantaggi agli utenti e ai venditori. In primis dà la possibilità di rivolgersi a una platea di oltre 600 milioni di persone e quindi a un mercato enorme. Usa poi il sistema Alipay per i pagamenti per cui chi compra non ha bisogno di una carta di credito. Inoltre è affidabile perché molto selettivo nella scelta dei marchi venduti, che devono essere originali e verificati. Tmall offre inoltre agli utenti un tool di analisi e report delle vendite molto utile. Così come utlli sono le funzionalità di marketing del livestreaming e del news feed con caratteristiche simili a Facebook che permettono di rendere la piattaforma interattiva e molto frequentata dalle persone che tornano a fare acquisti in modo regolare.

Come vendere su Tmall

Essere ammesso tra i venditori su Tmall non è molto semplice ma è garanzia di fiducia e qualità per chi compra e quindi anche di maggiori entrate per chi vende. Per avere uno store su Tmall bisogna essere titolari di un marchio certificato o un distributore autorizzato del brand e avere la propria sede fuori dai confini cinesi. Bisogna inoltre seguire una serie di procedure un po’ lunghe. Prima di tutto è necessario avere una wholly foreign-owned enterprise, cioè una specie di società a responsabilità cinese di proprietà di investitori esteri, senza il requisito obbligatorio di avere un partner locale. Fare richiesta prevede una serie di passi complessi e diversi mesi. Dopodiché si può aprire il proprio store su Tmall pagando una fee annuale che varia in base al prodotto e che non è molto esigua, ma considerando la vastità del pubblico a cui ci si rivolge l’investimento resta potenzialmente molto proficuo.

Gli utenti che comprano su Tmall in Cina sono circa 250 milioni. Se hai un marchio registrato e i prodotti giusti quindi Tmall è una piattaforma che può interessarti molto.

alcuni libri utili su Instagram

Dopo essere stato acquistato da Facebook, Instagram ha sempre più aspetti simili a Messenger. Tra questi rientra la possibilità di vedere le persone attive in un determinato momento sull’app e di mostrare a propria volta agli altri quando si è online. Esattamente come accade nella chat di Facebook. Se hai notato un pallino verde che compare a fianco ai nome degli utenti nei messaggi Direct o in altri punti dell’applicazione, ecco serve proprio a quello. Il pallino verde ha quindi la funzione di segnalare se una persona è disponibile alla chat perché online in un certo momento.

alcuni libri utili su Instagram

Come vedere chi è attivo su Instagram e far vedere agli altri che sei attivo

Quando una persona è attiva su Instagram e può quindi leggere in diretta un vostro messaggio se viene contattata, a fianco alla sua foto profilo ci sarà un piccolo cerchio verde. Il pallino sarà visibile in vari spazi all’interno di Instagram: su Direct, nell’elenco di condivisione di un post e in tanti altri luoghi. I pallini verdi però non sono per tutti. Infatti è possibile visualizzare lo stato solo delle persone che si seguono e di quelle con cui si sono scambiati messaggi su Direct. Ovviamente lo stesso vale anche per te. Se vuoi vedere lo stato in tempo reale degli altri utenti su Instagram devi necessariamente rendere visibile il tuo.

Come disattivare la funzione del pallino verde su Instagram

Non a tutti va di mostrare quando sono attivi su Instagram. I casi e le eventualità per cui questo può succedere sono tanti e vari. Magari ci tieni alla tua privacy o semplicemente non vuoi far sapere a determinate persone che ti seguono quando sei online perché vuoi farti i fatti degli altri senza essere visto. Leggittimo. I social sono usati anche per questo. Allora è possibile disattivare la funzione del pallino verde non mostrando più agli altri quando si è online, ovviamente non potendo più allo stesso tempo vedere lo stato degli altri. Come fare? Devi solo andare nelle Impostazioni cliccando sulle tre linee orizzontali in alto a destra nel tuo profilo e disattivare la spunta “Mostra stato attività”. Così la tua privacy è salva ma gli accessi degli altri in tempo reale a Instagram non ti saranno più visibili.

Chi è stato attivo oggi su Instagram?

Resta comunque una funzione relativa agli accessi su Instagram. Agendo sulla privacy è possibile evitare di mostrare il pallino verde, però puoi vedere chi è stato attivo nelle 24 ore su Instagram attraverso la scritta “attivo oggi su Instagram” che compare a fianco alla foto profilo. Certo si tratta di un’informazione generica e niente di più.

fortnite

Per i pochi che ancora non lo conoscessero, Fortnite è un videogioco online del genere “sparatutto” in terza persona a tema sopravvivenza sviluppato negli Stati Uniti da Epic Games e People Can Fly e che imperversa da luglio del 2017, ormai popolarissimo, che ha ormai superato in celebrità (e in incassi) tutti gli altri videogiochi storici del passato e che appassiona tutti, non solo giovani e non solo nerd. In definitiva, un vero e proprio fenomeno nel campo dei videogame.

Si tratta di un gioco multipiattaforma che “gira” su PlayStation 4, Xbox One, iOS, Nintendo Switch, Microsoft Windows, macOS e Android, single-player o multiplayer, ovvero che può essere giocato in solitaria o creando vere competizioni contro altri giocatori.

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Un gioco di grande successo, virale si potrebbe dire, che conta ormai milioni di appassionati in tutto il mondo (non trascurabile il fatto che, nella versione “Battaglia Reale”, è scaricabile gratuitamente, anche se la personalizzazione facoltativa dei personaggi richiede un esborso di denaro), con una grafica accattivante e che in definitiva ha una struttura “semplice”, in quanto pensato anche per chi non è un professionista dei videogame. Un successo che si deve anche ai continui aggiornamenti che consentono un’esperienza di gioco sempre più ricca, con sempre nuove sfide e nuove difficoltà da superare.

Fortnite presenta due modalità di gioco distinte: “Salva il mondo” e “Battaglia reale”.
“Salva il mondo” ha un’ambientazione apocalittica che vede la Terra, ormai ridotta all’osso e popolata da pochissimi umani, invasa da creature aliene. Lo scopo del giocatore o dei giocatori che collaborano (fino a un massimo di quattro) è quello di compiere varie missioni (quindi costruire strutture, prepararsi ad attacchi e difendersi) con l’obiettivo di aiutare e proteggere i pochi umani sopravvissuti.
Fortnite Battle Royal” è la modalità che ha riscosso maggiore successo. A differenza di “Salva il mondo”, dove si combatte contro personaggi controllati dal computer, i combattimenti avvengono tra cento avatar controllati dai giocatori. I giocatori hanno la possibilità, all’inizio, di scegliere in che punto della mappa dell’area di gioco far atterrare i loro personaggi – equipaggiati di un solo piccone – dall’alto di un autobus volante legato a un pallone aerostatico che sorvola un’isola dal territorio variamente caratterizzato. Scopo: fronteggiare i nemici (ovvero gli altri personaggi) e una tempesta dalla quale bisogna continuamente sfuggire, acquisendo man mano più strumenti possibili per equipaggiarsi (armi, munizioni, medicine…) e costruire trappole o altre strutture per far ottenere al proprio personaggio la “Vittoria Reale”. In pratica bisogna far fuori tutti gli altri personaggi man mano che l’area di gioco va a ridursi. L’ultimo che resta in vita, vince.

Un gioco che può giocarsi come singolo giocatore, ma che offre la possibilità anche di formare coppie di combattenti o squadre intere, mettendo in connessione i giocatori, che possono, via chat, mettere a punto strategie e studiare soluzioni di gioco.

Diverse le modalità di gioco alternative, sempre con l’intento di costringere i i giocatori a incontrarsi, a creare strategie di difesa e a fronteggiarsi per eliminarsi l’un l’altro. In un certo senso, un gioco che dà anche la possibilità di rendere l’esperienza “creativa”, in quanto si possono realizzare partite personalizzate, con propri scenari, proprie “invenzioni” e addirittura proprie regole di gioco.

Competizioni che ormai si giocano a livello mondiale, compresa la “Fortnite World Cup”, con tanto di possibilità di giocare in vari tornei per allenarsi e qualificarsi così per cercare di conquistare l’ambita corona di campione del mondo di “Fortnite”.

Alessandra Buschi

QWANT

Ultimamente la privacy è diventata argomento da bar. Punto focale delle conversazioni tra intellettuali. Notizia di punta nei tg nazionali e nei quotidiani. E’ da un po’ che non si parla d’altro. Abbiamo trascorso anni a condividere ogni singolo istante della nostra vita e lo facciamo ancora. Mostriamo ai nostri follower quanti caffè prendiamo al giorno e le località da sogno in cui andiamo in vacanza. Siamo tutti blogger e influencer.

Il solo pensiero di non entrare in almeno una pagina web al giorno ci fa precipitare in un baratro senza speranza. Cerchiamo i ristoranti online e facciamo shopping negli e-commerce. Perché costa meno. Perché i negozi del centro sono cari in confronto. Eppure eccoci tutti tremendamente spaventati. Da quello che è il nostro sacrosanto diritto a farci i fatti nostri. A mantenere segreti alcuni aspetti della nostra quotidianità. E così che la privacy diventa un valore da custodire ad ogni costo. E così che nascono nuovi metodi per arginare il passaggio in ogni angolo del pianeta dei nostri dati. Da qui prende il via Qwant.

QWANT

Qwant, per dirla in parole povere, è un motore di ricerca, alla stregua di Google e degli altri che già conosciamo. E’ stato fondato in Francia da Eric Lendri, ma dietro ha tutta una serie di finanziatori importanti: la Cassa depositi e prestiti francese, l’Unione Europea e la Axel Springer, gruppo editoriale tedesco. Nomi che si sono voluti mettere in gioco proprio all’indomani dell’entrata in vigore del Gdpr nei territori europei.

Qwant, infatti, ha fatto della difesa alla privacy il suo tratto distintivo. Quello che lo rende diverso e unico dai competitor. In che modo? Gli sviluppatori hanno creato un programma che si chiama Masq e che è un semplice sistema, attraverso cui i dati di navigazione restano salvati solo sul dispositivo usato dall’utente per la ricerca. Non esistono software in grado di effettuare nessun tipo di profilazione o di creare una banca data di informazioni. Quei dati, infatti, possono essere conservati solo dall’utente stesso, se questi lo desidera.

Al pari del suo concorrente più importante, anche Qwant dispone di tutta una serie di servizi. Ci sono le mappe. C’è la musica. Ci sono i giochi. Ci sono le notizie. C’è anche la realtà aumentata. Così come è possibile usufruire di un sistema di streaming o di posta elettronica. E molti altri saranno disponibili nel futuro in tutta Europa: Qwant Pay, tanto per dirne una.

Insomma, Qwant sembra avere le carte in regola per spodestare totalmente Re Google e quei suoi “biscottini”, che si sbriciolano per lasciare traccia del nostro passaggio, quasi fossimo Hansel e Gretel. L’unico ostacolo da arginare, per il momento, è la scarsa popolarità tra gli utenti e la mancanza di abitudine ad andare ad aprire un motore che non sia il classico e caro Google.

Da parte mia trovo che sia assolutamente sano che nel mercato esistano diverse offerte e diverse proposte. Ma io faccio parte di quella categoria di pigri poco convinta a cambiare modi di comportamento. In realtà credo anche che questa storia della privacy sia un pelino sopravvalutata. E’ vero che i nostri dati sono stati utilizzati a volte in modo improprio e a volte per scopi illeciti o criminali, addirittura. Ma a me essere profilata non dispiace per niente. Lo dico da donna di marketing.

E’ una conseguenza dei tempi moderni. E’ un qualcosa che è insito nel nostro stesso vivere sempre in connessione con il mondo. E, sarò sincera, questa cosa, a tratti, mi rasserena. Non mi spaventa. Anzi. La creazione di un internet parallelo, in cui i cookie non esistono e noi non lasciamo tracce, mi dà da pensare. Perché non è tutto oro ciò che luccica. A partire dal peso dei dati che dovremmo conservare sul nostro smartphone per far funzionare Qwant e che saranno l’ennesima gatta da pelare quando, sullo schermo, apparirà il solito messaggio: la tua memoria è terminata.

Giulia Salis

La mitica storia del logo della Nike

E’ probabilmente uno dei brand produttori di scarpe e abbigliamento sportivo più famoso al mondo e il suo Swoosh è uno dei loghi più conosciuti e riconoscibili da tutti. Eppure ai tempi, parliamo degli anni ’70, questo logo costò solo trentacinque dollari ai soci fondatori Bill Bowerman and Phil Knight.

Ad oggi circa 44 mila persone lavorano per il brand in giro per il mondo, per un’azienda che ha un valore di circa 15 bilioni di dollari e che da 50 anni continua a mantenere lo stesso logo che l’ha resa tanto famosa. Sono state poche e delicate le modifiche apportate nel corso del tempo a quel disegno, che rappresenta appieno il marchio ed è diventato uno dei simboli più reclamizzati.

La sua storia è molto semplice, ma pensare oggi che tutto questo sia costato solo poco spiccioli fa sorridere. Non sono state messi in campo tutti i poteri del marketing moderno, non ci si sono state lunghe e interminabili riunioni per decidere la brandizzazione del marchio, non ci sono stati studi di settore e non si parla di notti passate in bianco a fare brainstorming. Si trattò solo di un’intuizione che ha avuto tanta fortuna e che prende vita da un suono, lo Swoosh.

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Lo swoosh è quel suono che si associa ad uno spostamento d’aria, quel suono che si sente quando qualcuno ti passa accanto velocissimo. Rappresenta la velocità, l’energia del movimento. Lo swoosh sono due linee semplici che si incontrano e creano attività. La sua forza sta nella sua immediatezza. Ma è anche una stilizzazione dell’ala della Dea Nike e, al tempo stesso, richiama il materiale che in quel periodo veniva usato per fabbricare le scarpe da ginnastica. Insomma il logo della Nike aveva molteplici significati, quello che è certo è che il suo impatto visivo ne ha fatto uno dei simboli più riconosciuti al mondo.

La storia della Nike inizia a metà degli anni ‘60, quando Bill Bowerman and Phil Knight decidono di mettersi in società e produrre scarpe sportive. Sarà solo nel ’78 però che il brand completerà il suo pieno ciclo identitario, prendendo il nome definitivo che tutti oggi conosciamo. Ai tempi della nascita del logo Phil Knight era l’assistente di un professore all’Università di Portland. Qui entrò in contatto con Carolyn Davidson, studentessa di grafica e design e, sapendo che questa era in cerca di un lavoro extra, le propose di occuparsi del logo per una produzione di scarpe sportive, assumendola per due dollari l’ora, era il 1971.

Il logo doveva richiamare il dinamismo e stare bene in una scarpa e per questo motivo questo motivo Davidson fece le sue prove disegnando direttamente sul tessuto. Dopo quasi 18 ore di prove e bozze, ecco che prende vita il logo della Nike, conosciuto oggi come lo Swoosh. Il simbolo fece la sua prima apparizione in una scarpa nel 1972, che non era una sneaker, come ci si può immaginare, ma una scarpetta da calcio, e solo nel 1995 venne registrato dalla compagnia, così da diventare legalmente il simbolo identitario del brand.

Nonostante la sua giovane età e la scarsa esperienza, il lavoro svolto da Carolyn Davidson non fu per niente superficiale. Lo dimostra non solo la forza e la solidità che due semplici linee hanno avuto nel tempo, ma anche il loro significato intrinseco. La Nike prende il suo nome dalla Dea greca della vittoria, rappresentata come una donna con le ali. L’idea era quella di combinare forza e movimento con la figura della Dea, protettrice degli atleti e per questo simbolo del vigore e della tenacia. Lo swoosh doveva unire in sé velocità ed energia e portare motivazione agli atleti, proprio come la dea motivava i guerrieri che andavano in battaglia. Prese così vita un logo che da cinquant’anni ormai mantiene le sue caratteristiche originali, nonostante all’inizio i due fondatori non furono così entusiasti dell’idea. Le due linee curve più famose del mondo rappresentano un tributo alle ali della Dea e si rifanno in particolare alla loro forma curva nella rappresentazione della Nike di Samotracia, che si trova al Louvre di Parigi.

Nike di Samotracia

Le ali della Nike di Samotracia.

Nonostante il logo inizialmente costò veramente poco alla neonata azienda, i due fondatori non furono irriconoscenti con Carolyn Davidson. La loro collaborazione andò avanti e la vera ricompensa arrivò sotto forma di azioni della Nike per un valore di circa un milione di dollari. Ma cosa conta il denaro quando sei stata consacrata dalla storia come una delle più famose designer e il tuo primo logo è uno dei più conosciuti al mondo?

Giulia Salis

penalizzazione

Nell’ultimo periodo potrebbe esserti capitato di ricevere un blocco temporaneo ai tuoi follow o ai tuoi like sull’app. Un blocco che magari si è anche protratto per giorni senza che tu potessi farci niente. La ragione è dovuta ai maggiori limiti che Instagram sta imponendo ai suoi utenti per tutelare la veridicità dei profili. È ormai guerra aperta infatti tra Instagram e i profili fake o bot.

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Esempio di reazione di una influencer al blocco dei follow.

Perché le azioni dal mio profilo sono state bloccate?

Per tutelare i suoi utenti che agiscono onestamente sul social, Instagram sta mettendo a punto una serie di operazioni che impongano più limiti. Tende a bloccare quindi chi compie azioni da dispositivi e indirizzi IP differenti, soprattutto se attivi nello stesso momento, o che compie una quantità eccessiva di azioni in un arco di tempo ristretto. Oltre quindi al numero complessivo dei followers aggiunti al giorno conta anche il ritmo con cui tali followers vengono aggiunti. Ciò perché potrebbe esserci il sospetto che il profilo in questione stia usando un tool o un’app per generare auto likes o sia un bot. Ecco perché probabilmente il tuo profilo sta ricevendo dei blocchi anche se le tue intenzioni non erano quelle.

Potrebbe essere che tu ti stia occupando per lavoro di qualche profilo Instagram che vuoi far crescere e in questo caso è possibile che l’algoritmo del social individui il tuo indirizzo IP come fonte a cui appartengono comportamenti scorretti. Da qui potrebbero derivare dei blocchi temporanei più frequenti rispetto ad altri indirizzi IP. Un altro esempio tipico di blocco dei like o dei follow per IP differenti può essere l’utilizzo di Instagram via desktop. Se si è soliti utilizzare Instagram dal proprio smartphone e un giorno ci si connette da desktop e si lasciano vari like o follow, Instagram potrebbe attivare un blocco temporaneo.

In sostanza, tutti gli utilizzi anomali del proprio profilo, vengono considerati dal social un motivo per bloccare temporaneamente un profilo.

Limiti per follow e unfollow

Instagram ha posto una serie di limiti che è bene conoscere per evitare di essere bloccati, esagerando con le operazioni di follow e unfollow.
Per i nuovi profili, cioè quelli con meno di 3 mesi, sono consentiti dai 300 ai 350 follow/unfollow al giorno per la 1° settimana. È previsto un aumento di 50/70 ogni settimana fino a raggiungere un massimo 800 al giorno.
Per i profili creati da più di 3 mesi invece e che hanno oltre 1.000 follower sono permessi 45 follow/unfollow all’ora e massimo 1080 al giorno.
Questi limiti non sono stati rilasciati ufficialmente dal social network. Si tratta semplicemente di dati derivanti dall’esperienza fatta online dagli utenti. Tali limiti sono inoltre variabili, Instagram può cioè decidere di cambiarli a sua descrizione, anche per un singolo profilo. In particolare se si è appena usciti da un blocco temporaneo, i limiti di follow/unfollow sono molto più ristretti.

Cosa fare per evitare i blocchi temporanei su Instagram?

L’unica soluzione per risolvere il blocco di Instagram una volta che ti è stato imposto è aspettare e prendersi una pausa dal social. Spesso la durata è limitata a 24 ore, trascorse le quali il blocco se ne va e puoi tornare in possesso dei tuoi follow liberamente.

Ci sono però alcune misure preventive da adottare per evitare di incappare nel blocco. La prima strategia consiste nel compiere operazioni sempre da un solo dispositivo o comunque dal minor numero di indirizzi IP possibile. Un’altra tattica preventiva è appunto quella di ridurre il numero di follow/unfollow settimanali attenendosi su numeri molto più bassi di quelli consentiti. Stare molto sotto i limiti imposti da Instagram è il metodo migliore per evitare fastidiosi blocchi che capita possano durare anche settimane.

wordfence

WordPress è il CMS più usato da chi gestisce siti web e magazine ed è anche molto sicuro. Nonostante questo resta comunque la possibilità che il tuo sito possa essere vulnerabile ad attacchi: furto di dati, violazione della password, presenza di virus o spam, attacchi al tema scelto, attacchi di hacker che installano malware per prendere il controllo sono solo alcuni dei rischi a cui può andare incontro un sito che non prenda le giuste misure di sicurezza. È bene quindi dotarsi di plugin appositamente sviluppati da installare sul sito in modo che possano fare tutto questo lavoro di controllo. Uno dei migliori e più diffusi plugin è Wordfence, scaricato da oltre 25 milioni di utenti nel mondo. È gratuito nella versione base ma con la possibilità di usufruire a pagamento di funzioni avanzate passando alla versione Premium.

wordfenceWordfence: un plugin completo e accurato

Wordfence è un plugin molto completo che ha lo scopo di analizzare in modo approfondito e costante il tuo sito per verificare la presenza di malware o virus. L’analisi riguarda tutti i file WordPress ma anche il tema installato, i plugin, il codice sorgente lato server e tutta un’ampia serie di aspetti. Oltre a garantire la sicurezza di tutti gli aspetti del sito, Wordfence lo rende anche molto più veloce grazie all’uso di Falcon Engine: un sistema di caching che ne migliora moltissimo le prestazioni.

Cosa include Wordfence

Il plugin Wordfence è un firewall e security Scanner. Quali funzioni ha quindi? Identifica e blocca il traffico dannoso senza infrangere la crittografia. Controlla i principali file, temi e plugin per malware, URL errati, backdoor, spam SEO, reindirizzamenti dannosi. Confronta anche i tuoi file con quelli contenuti nel repository di WordPress.org, verificandone l’integrità e segnalando eventuali modifiche. Ripara i file che sono stati modificati sovrascrivendoli con una versione originale e cancella tutti i file non idonei. Controlla inoltre il tuo sito per vulnerabilità di sicurezza e plugin installati ma non più usati. I controlli sulla sicurezza dei contenuti assicurano che i tuoi file, post e commenti non contengano URL pericolosi o contenuti sospetti.

In sintesi quindi Wordfence permette di avere:

  • Sistema anti malware con scansione del sito web
  • Monitoraggio e report in tempo reale degli accessi al sito
  • Gestione della cache
  • Firewall con funzionalità di ban automatico e/o manuale degli  indirizzi IP
  • Riparazione di file danneggiati

Nella versione Premium:

  • Blocco avanzato di password compromesse
  • Blocco degli accessi su base geografica
  • Scansione anti malware automatica e pianificata
  • Doppia modalità di autenticazione a due fattori

Perché scegliere Wordfence

Wordfence, pur avendo in parte funzioni simili ad altri plugin in alcuni ambiti (come il monitoraggio e l’eventuale blocco del traffico minaccioso) offre opzioni molto particolari difficili da ritrovare in altri plugin. In particolare la scansione e il confronto dei file di WordPress e dei suoi componenti (temi e plugin) per rilevare codice sospetto e il seguente ripristino del file corretto se l’esito è positivo, il monitoraggio degli accessi al sito in tempo reale, la funzione di caching che consente di velocizzare il sito evitando l’installazione di altri plugin.

Wordfence inoltre lavora sul server, fornendo una protezione migliore rispetto alle alternative cloud e senza rompere la crittografia end-to-end. I firewall cloud infatti possono essere ignorati o subire perdite di dati. Il firewall di Wordfence invece sfrutta le informazioni sull’identità degli utenti nella maggior parte dei casi. Dati a cui invece i firewall cloud non hanno accesso.