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Ask.fm è il social network nato in Lettonia nel 2010, per iniziativa dei due fratelli Mark e Ilja Terebin.
Il cammino del social è stato relativamente lento, perché il vero successo è arrivato a 3 anni di distanza dalla creazione. Oggi, però, è diffusissimo a livello globale con milioni di utenti registrati, soprattutto fra i giovanissimi. L’elemento che ha consentito il successo di Ask è sicuramente l’anonimato. Come suggerisce lo stesso nome, il social è una enorme bacheca con tanti profili pieni di domande. E le domande, riguardanti qualsiasi argomento, si possono porre anche in forma rigorosamente anonima.

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In realtà, il social è stato oggetto di diverse contestazioni. Sembra che molti utenti fossero finiti vittima di bullismo e di un comportamento inappropriato da parte degli altri membri.

Ask assicura la possibilità di segnalare domande inopportune e garantisce la sicurezza degli utilizzatori. Ovviamente, però, non è semplice controllare le interazioni di milioni di utenti. Nell’agosto 2014, la società ha tentato di modificare la situazione annunciando l’acquisizione del social e la sua integrazione in Ask.fm con l’intento di mettere fine agli episodi di bullismo. È stata, infatti, impedita l’iscrizione agli utenti con età inferiore ai 13 anni ed stata applicata una tecnologia di filtraggio per rimuovere automaticamente le domande inopportune.
Ma come funziona Ask.fm? Qui di seguito, la guida completa per utilizzare il social.

Come registrarsi ad Ask e cominciare a porre domande

Per iniziare a usare Ask.fm bisogna registrarsi con nome, cognome, indirizzo email, username e password. Non solo, sono necessari anche dati personali come la data di nascita, il sesso e la lingua parlata. Una volta inserite tutte queste informazioni, si crea il profilo e si accede alla Bacheca con tutte le domande.

Gli altri utenti del social potranno vedere solo il nome, il nome utente, il numero di risposte fornite e il numero di Mi piace ottenuti. Ogni volta che si risponde a una domanda, infatti, è possibile avere dei like che aumentano la popolarità del profilo.

Per rendere ancora più interessante l’account appena creato, si può scegliere di rispondere alle domande, compilare una piccola biografia, inserire la propria posizione geografica o il link a un sito web.
I profili ovviamente sono pubblici. Questo significa che sono visibili agli utenti di Ask e a Google. Bisogna quindi fare attenzione ai contenuti che si inseriscono sia quando si pone una domanda che quando si dà una risposta.

Come cominciare a porre domande su Ask.fm

Una volta creato il proprio profilo, si hanno tre opzioni per usare il social:

  • domande
  • fotosondaggio
  • shoutout

Il primo strumento “domande” permette di porre dei quesiti classici. Per trovare degli spunti utili a fare le prime domande agli utenti è a disposizione la sezione Interessante. All’interno sono presenti le domande più popolari poste dagli altri utenti registrati di Ask.

Il fotosondaggio, invece, consente di inviare una domanda sotto forma di sondaggio fotografico. Una domanda tipo potrebbe essere “Preferite il mare o la montagna?” accompagnata da una foto con un paesaggio marino e un paesaggio montano.

Infine la funzione shoutout permette di inviare una domanda classica, rivolta però solo agli utenti presenti nelle immediate vicinanze geografiche. Quest’ultima è una modalità per attirare l’attenzione delle persone più vicine, utilizzando il social per fare nuove amicizie.

Ogni volta che si utilizza uno di questi tre strumenti, è attiva l’opzione dell’anonimato. Al momento di porre la domanda basta cliccare sul pulsante che riporta la scritta Chiedi in forma anonima.
Persino i follower sono anonimi. Non si accede mai all’identità degli utenti che stanno seguendo il profilo, ma se ne conosce il numero. Se però la curiosità è tanta, basta dare un’occhiata ai profili degli utenti che hanno messo il Mi piace alle risposte. Di solito, infatti, sono gli stessi che diventano i follower del profilo.

Come utilizzare la funzione Rispondi

L’utilizzo di Ask.fm include sia l’opzione Domanda che quella Rispondi. Per rispondere alle domande degli utenti, bisogna cliccare sul pulsante Rispondi e digitare all’interno del campo di testo che riporta la scritta Qual è la tua risposta.

Ask consente anche di allegare un’immagine in aggiunta al testo. Per farlo è sufficiente premere sul pulsante con il simbolo del riquadro.
Le risposte si possono inviare anche sugli altri social, condividendole sul profilo Facebook o Twitter. Quando si sceglie questa opzione, si autorizza Ask a publicare la risposta con il nome dell’utente visibile.

In realtà, è consentita anche la condivisione del profilo tramite il pulsante Condividi il tuo profilo, con cui si segnala l’account agli amici di Facebook, Twitter oppure VK.
Ask funziona anche sullo smartphone, scaricando l’applicazione compatibile con i dispositivi Android e iOS. Le modalità di utilizzo e gli strumenti sono praticamente identici a quelli attivi su desktop.

Emanuela Berni

scrittura minuscola

Dai reperti ritrovati sappiamo che la scrittura per esprimere il linguaggio con lettere o altri segni è stata preceduta da quella dei numeri, o meglio dalla loro rappresentazione grafica. Un’esigenza, per l’essere umano, quella di “tenere i conti”, che ha portato a cercare un sistema di registrazione che andasse oltre la trasmissione orale.

In generale si può dire che la scrittura – a partire dalla proto-scrittura, venuta prima della scrittura vera e propria – nasce dall’esigenza di trasmettere informazioni, e ha acquisito via via valori diversi nel tempo. Si pensi per esempio a come essa abbia rappresentato, in molte culture ed epoche, qualcosa di esclusivo per determinati ceti e ranghi, assumendo quindi un valore di status.
Contenuti diversi, valori diversi, forme diverse, dunque.

scrittura minuscola

I nostri tempi, fortemente caratterizzati dalla scrittura, vedono degli adeguamenti del tipo di scrittura rispetto al suo impiego. Qualcosa che ci tocca da vicino e che va di pari passo con l’evoluzione dei media, con il passaggio dall’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa più classici all’impiego dei cosiddetti “new media”, ovvero tutte quelle innovazioni tecnologiche che in un tempo molto breve hanno rivoluzionato non solo la comunicazione, ma tutta la nostra quotidianità.

Ed ecco così, per esempio, che oggi anche quella “scrittura commerciale” che comunque detiene un ruolo di “serie B” rispetto alla scrittura che potremmo definire “artistica”, deve adeguarsi a una sempre più sentita tendenza di immediatezza e di brevità.

Un ruolo secondario, quindi, quello della scrittura commerciale rispetto alla sua sorella “più colta”, che viene amplificato dalla necessità di ridurre le dimensioni dei testi che devono adeguarsi a contenuti non solo testuali, ma anche di altro genere (podcast, video, immagini…), che oggi caratterizzano il modo di fare comunicazione sui nuovi media. Sappiamo infatti quanto sia di maggiore effetto toccare più canali comunicativi, soprattutto il visivo, in quanto questo stimola con più immediatezza rispetto a un testo scritto, al quale viene invece destinato soprattutto il ruolo di mantenere l’attenzione.

Se quindi da una parte il testo continua a essere parte della comunicazione commerciale, esso è diventato uno dei diversi elementi con cui la comunicazione viene messa in atto e deve pertanto essere adattato negli spazi e nella forma perché continui a rappresentare uno strumento efficace.

Copy quindi che devono essere convincenti, d’effetto, persuasivi, ma in spazi brevi; che vadano a toccare il lato emozionale in modo immediato, che stimolino il pubblico e favoriscono potenziali clienti con l’impiego di poche parole, rendano interessante ciò che si propone con frasi più che mirate, sia si tratti di una lettera o di una e-mail, di una pagina web, una newsletter o la comunicazione in una mailing list.

Per far sì che la scrittura commerciale sia oggi efficace, quindi, è necessario che vengano utilizzate strategie che non annoino, stimolino una risposta – meglio ancora se riescono addirittura a precedere una domanda – invitino ad agire. Il tutto nel minor tempo possibile.

Ed ecco così anche il fiorire di molta pseudo-informazione, che può rasentare le notizie “bufala” per attrarre il pubblico e i titoli sensazionalistici che non mantengono le promesse, a discapito di una scrittura che, seppur definita “con la s minuscola” e seppur ridotta nelle dimensioni, abbia comunque cura dei dettagli, non sia un corredo tutto teso a colpire, si basi sulla trasparenza e l’attendibilità e non faccia sentire l’interlocutore un’indistinta potenziale fonte di guadagno, bensì una persona con un proprio pensiero e una propria capacità di valutazione.

Alessandra Buschi

Come usa internet la generazione Z

La generazione Z include tutte quelle donne e uomini nati tra il 1995 e il 2012. Si tratta della cosiddetta generazione post millennial, conosciuta anche con le denominazioni di screenager, iGen e Plurals.
Di solito, una generazione si sviluppa nell’arco di 25 anni. Questo lasso di tempo, però, va sempre più accorciandosi a favore di vere e proprie rivoluzioni anche tra persone che si potrebbero definire quasi coetanee. Nonostante la differenza di età minima tra i millennial e i ragazzi della generazione Z, questi ultimi sono molto diversi rispetto ai loro predecessori.

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La prima diversità macroscopica deriva dall’essere nati in un mondo pienamente digitale. I ragazzi Z non hanno dovuto adattare la propria vita all’utilizzo dei dispositivi digitali, perché dalla nascita ne utilizzano 5: computer, smartphone, notebook, smart TV e tablet. I millennial, invece, sono utilizzatori naturali di 3 dispositivi.

In questo momento (2019) rappresentano un bacino di adolescenti, pre-adolescenti e ragazzi che nel 2025 raggiungeranno i 2 miliardi di persone e saranno il 30% della forza lavoro. Studiare i loco comportanti e il loro approccio al mondo digitale è fondamentale per tutte le società di marketing e non solo. Questi uomini e queste donne Z rappresentano, infatti, il futuro dell’umanità.

Generazione Z e social network

I nativi della generazione Z hanno una soglia di attenzione molto bassa, pari a 8 secondi contro i 12 secondi dei millennial. Questo non significa che siano meno intelligenti, al contrario hanno imparato da subito ad attuare una selezione naturale tra il mare di informazioni da cui vengono bombardati ogni giorno. Sono cioè diventati più selettivi e sono ancora più multitasking e abituati a utilizzare più dispositivi contemporaneamente.

Secondo una ricerca condotta da Wikia Study, il 25% degli utenti Z ha abbandonato Facebook. Si tratta di ragazzi dai 13 ai 17 che trascorrono ore sui social come tutti i loro coetanei. A differenza della generazione precedente, però, preferiscono dei social con una maggiore privacy, dove sono sicuri che non ci siano i profili dei loro genitori. Per questo motivo utilizzano Snapchat, Whisper, Sarahah, This Crush e, naturalmente, Tik Tok.
C’è una grande differenza anche nella modalità di utilizzo dei social tradizionali. Secondo una ricerca del 2018 del Global Web Index, i millennial trascorrono sui social 2 ore e 39 minuti al giorno. Sempre secondo la stessa ricerca, i nativi Z passano 3 ore al giorno sui social, ma interagiscono meno con i post sponsorizzati dei brand.

Il 16% dei millennial clicca su link sponsorizzati contro il 15% dei nativi Z, il 24% dei millennial visita la pagina ufficiale dei marchi preferiti contro il 20% dei nativi Z.
I più giovani cioè non amano molto i contenuti sponsorizzati e sono più propensi a esperienze personalizzate di acquisto. Da uno studio è emerso che il 46% dei giovani considera l’email marketing come fondamentale nelle proprie decisioni di acquisto e il 48% è convinto che intensificherà il proprio uso delle mail nei prossimi 5 anni.

La predilezione per YouTube e l’uso dello smartphone

Tra i social più utilizzati dai nativi Z c’è sicuramente YouTube. I ragazzi lo utilizzano pur essendo convinti (il 39% secondo una ricerca commissionata da IBM) che contenga una quantità eccessiva di pubblicità. Spesso YouTube viene usato anche per cercare informazioni o come strumento di studio.

Gli accessi al web, invece, avvengono soprattutto da smartphone: la Generazione Z è sicuramente quella del cellulare.
Secondo una ricerca commissionata da IBM nel 2017, i dati di accesso alla navigazione web sono i seguenti:

  • 74% usa abitualmente lo smartphone per navigare
  • 35% usa il computer per navigare
  • 10% usa il tablet per navigare
  • 45% usa il laptop per navigare

Non solo, il 60% non utilizza app o siti che risultano lenti a caricarsi. Alla domanda inoltre su come trascorrono il tempo libero, il 74% ha dichiarato di passarlo online e il 44% guardando film oppure la televisione. Sempre il 44% ha dichiarato di trascorrerlo con gli amici.
È quindi il mondo digitale quello che assorbe la maggiore attenzione e diventa anche mezzo per fare amicizia.

L’ascesa continua e inarrestabile degli influencer

La generazione Z mostra la stessa passione per gli influencer che ha caratterizzato i millennial, ma con una piccola differenza anche in questo ambito.
Le star del cinema, della musica o dello sport cedono il passo ai social celebrity, vale a dire a tutte quelle personalità divenute note sui social. Insomma, sconosciuti che sono diventati famosi utilizzando i social e si sono conquistati un largo seguito tra le nuovissime generazioni.

Da un sondaggio condotto nel 2019 dal New York Times, è anche venuto fuori che i ragazzi Z sono molto meno concentrati su se stessi rispetto ai millennial e credono nella partecipazione in più comunità, sia reali che virtuali. L’apprezzamento per le comunità virtuali è dovuto anche al fatto che la partecipazione non è destinata a priori dall’estrazione sociale.

Rina Zamarra

dispositivo amazon echo dot 2018

Prima di capire come utilizzare Amazon Alexa è bene capire esattamente di cosa si tratta. Alexa è un assistente personale intelligente sviluppato da Amazon. Grazie all’utilizzo dei comandi vocali, Alexa interagisce con gli utenti ed è in grado di gestire diverse operazioni, tra cui riprodurre musica, fornire informazioni, controllare i dispositivi smart attivi in casa, creare elenchi di cose da fare e molto altro.

Amazon ha sviluppato Alexa in modo che possa migliorarsi con l’utilizzo. Questo significa che le interazioni con gli utenti permettono all’assistente di ottimizzare la propria capacità di funzionamento.
Alexa funziona con i dispositivi della serie Echo. Si tratta di speaker di varie dimensioni, con alimentazione elettrica e funzionamento grazie a Internet.

Ma vediamo esattamente come utilizzare Amazon Alexa e sfruttarne appieno tutte le potenzialità.

Amazon Alexa: come si configura

Alexa è stata presentata per la prima volta nel 2014, in concomitanza con il lancio degli speaker Echo.
Il cuore di Alexa è l’applicazione compatibile con i dispositivi iOs e Android. Una volta acquistato il dispositivo Echo, basta collegarlo all’alimentazione elettrica e attendere che Alexa chieda di procedere alla configurazione iniziale. A questo punto bisogna scaricare l’applicazione, installarla sullo smartphone oppure sul tablet e effettuare l’acceso utilizzando i dati del proprio account Amazon.
Una volta entrati, si sceglie il dispositivo Amazon Echo e si attende che l’anello luminoso del dispositivo diventi arancione. A questo punto, basta seguire i passaggi qui sotto:

– collegarsi alla rete Amazon – xxx generata da Echo e cliccare Continua
– selezionare la rete Wi-fi di casa e cliccare su Continua
– connettere l’Echo all’altoparlante Bluetooth oppure usare l’altoparlante integrato
– fornire all’applicazione tutte le autorizzazioni per accedere a contatti e notifiche
– inserire il proprio numero di cellulare e confermare la propria identità tramite il codice ricevuto via SMS

Terminata questa fase, parte il video introduttivo e si inizia la conoscenza con Alexa. In assenza dello smartphone, Alexa si può configurare anche tramite computer.

amazon echo dot 2018

Le funzioni di Amazon Alexa

L’elenco di funzioni di Alexa è piuttosto lungo. Si parte dalla capacità di impostare promemoria e sveglie fino a quella di fornire informazioni da Internet. L’assistente è cioè in grado di rispondere a domande come: Alexa che tempo fa a Roma? Oppure, Alexa qual è la distanza tra la Terra e la Luna?
Non solo, fornisce informazioni sui prezzi di determinati prodotti in vendita su Amazon. Quegli stessi articoli si possono persino acquistare direttamente tramite Alexa.
Amazon ha previsto anche la possibilità di integrazioni con servizi come Amazon Music, Spotify, TuneIn, che consentono ad Alexa di riprodurre canzoni, album e playlist.
È possibile persino chiederle di leggere i libri della libreria Kindle. Un’altra importante funzione riguarda il collegamento con i dispositivi smart compatibili con gli Amazon Echo. Alexa interagisce cioè con gli impianti domotici presenti in casa ed è in grado di far funzionare le videocamere degli impianti di sorveglianza, le luci e le tapparelle. È possibile cioè richiederle di chiudere le tapparelle o di accendere e spegnere le luci.
L’assistente vocale, inoltre, funziona tramite skill, termine con cui si fa riferimento a tutte quelle funzioni implementabili nel tempo. Cosa significa? Le capacità di Alexa si possono espandere nel tempo con l’aggiunta di nuove skill, come i giochi oppure i servizi di JustEat. In quest’ultimo caso, per esempio, le nuove skill riguardano la possibilità di conoscere lo stato del proprio ordine.

I comandi vocali utilizzabili per attivare Alexa

I dispositivi Echo ascoltano solo quando vengono attivati. Alexa cioè non è sempre in funzione e da spenta non è in grado di ascoltare quanto viene detto in casa.
Per iniziare a utilizzarla bisogna pronunciare il comando Alexa. In realtà, il comando iniziale è personalizzabile. Si può cioè sostituire Alexa con altre parole come Amazon, Echo oppure computer.
I comandi sono numerosi. Qui sotto, c’è un piccolo elenco di quelli più comuni:

Alexa, aiuto
Alexa, alza/abbassa il volume
Alexa, pausa
Alexa, metti Spotify
Alexa, metti una sveglia alle 7 del mattino
Alexa, cosa c’è nel mio calendario
Alexa, quand’è il mio prossimo appuntamento
Alexa, chiama nome utente
Alexa, le notizie del giorno?
Alexa, che film ci sono stasera?
Alexa, crea una lista di cose da fare
Alexa, aggiungi nome/elemento alla liste delle mie cose da fare

I dispositivi Echo con cui usare Alexa

Amazon mette a disposizione diversi dispositivi che cambiano per forma e dimensioni. Le funzioni di Alexa, invece, restano invariate. Sono in vendita, per esempio, gli Amazon Echo Dot di forma tondeggiante. Si tratta del dispositivo più piccolo e anche meno caro, con cui ci si può avvicinare al mondo di Alexa senza spendere troppo.
Più grande, invece, Amazon Echo di forma cilindrica con ben 7 microfoni. L’elenco include anche Amazon Echo Show, Amazon Echo Spot, Amazon Echo Plus e Amazon Echo Input.

Rina Zamarra

Libere riflessioni sul copywriting degli ‘how to’

“Come fare a”, o, per dirla con il linguaggio corrente di chi naviga in rete “How to”: l’espressione che indica un testo che cerca di rispondere alle domande degli utenti riguardo un determinato argomento, di aiutarli su procedure e questioni specifiche. Un approccio al copywriting che si potrebbe dire segua quello che è uno dei principi che si è data la rete, ovvero essere una grande comunità nella quale chi è a conoscenza di qualcosa può liberamente trasmetterlo e far sì che utenti meno esperti possano usufruirne.

Le domande in rete degli utenti sono delle più varie, lo sappiamo bene, e non riguardano soltanto questioni relative alla tecnologia, ma le tematiche più disparate. Tutti, prima o poi, ci siamo chiesti “Come faccio a…?” e subito dopo il nostro pensiero è stato quello di “chiederlo a Google, ovvero di lanciare la nostra domanda in rete e scorrere poi i risultati per cercare la risposta.

È da questa esigenza che è nato per esempio wikiHow (to do anything), fondato nel 2005, che intende appunto offrire guide pratiche per fare appunto qualsiasi cosa: una collaborazione mondiale che ha come missione quella di aiutare le persone a imparare, una condivisione di articoli vagliati e perfezionati nel tempo da più esperti e che consiste quindi in un lavoro comune e combinato di più utenti che vogliono essere utili alla comunità con le loro conoscenze e competenze.

“How to”: guide monotematiche quindi, che hanno come obiettivo quello di descrivere in modo dettagliato un procedimento, che vogliono chiarire, che se seguite passo passo consentono all’utente di ottenere l’insegnamento di cui necessita.

Guide per le quali è necessario seguire degli accorgimenti perché possano essere davvero utili. Partendo, ovviamente, dalla buona conoscenza dell’argomento che si vuol spiegare.
Ecco quindi alcuni suggerimenti per redigere un “how to” efficace: un buon argomento, innanzitutto. Utile, che risponda alle richieste degli utenti di conoscere come si fa qualcosa, come si procede per ottenere qualcosa, che risponda alle sue esigenze, lo aiuti a risolvere un problema.

Un buon titolo e una buona introduzione che indichino con chiarezza di che cosa si vuol dare spiegazioni e quali vantaggi l’utente potrà trarne, in modo tale che ci si possa subito rendere conto se si tratta di un “How to” utile al proprio scopo. Da non dimenticare, poi, che utilizzare parole chiave è sempre un’ottima cosa, anche per quanto riguarda un buon posizionamento nei risultati di ricerca.
Dare indicazioni di base (materiali, ingredienti, quantità, tempi) nel caso in cui per esempio si voglia trattare una ricetta culinaria o dare indicazioni su come realizzare materialmente qualcosa.

Dare istruzioni chiare, passaggio dopo passaggio (meglio se numerando ogni punto, magari utilizzando anche vari paragrafi, da riportare in un eventuale sommario iniziale), senza tralasciare nulla e cercando sempre di mettersi dalla parte di chi ancora ignora, senza dare per scontati particolari che per noi, che conosciamo l’argomento, appaiono irrilevanti.
Utilizzare un linguaggio semplice e scorrevole, impiegare esempi ed evitare paragrafi troppo lunghi e complessi. Se l’argomento necessita dell’utilizzo di un gergo tecnico, ben venga: anche un’esposizione tecnica può essere resa ben comprensibile con una scrittura appropriata.
Corredare, dove è necessario, con immagini, video, gif animate, schemi ben leggibili (per esempio utilizzando simboli o una legenda chiara), che equilibrino la grafica ma soprattutto aiutano il lettore a comprendere meglio i vari passaggi. Non male indicare anche approfondimenti con link esterni e citare le fonti a cui si è eventualmente attinto.
Elaborare una conclusione, indicando se possibile qualche altro consiglio.

Da non dimenticare, inoltre, quanto sia importante che il nostro testo non contenga refusi ed errori grammaticali e di sintassi e che per la sua redazione venga utilizzata una buona grafica, caratteri da stampa ben leggibili che non affatichino la vista, un buon contrasto tra sfondo e testo (il bianco e nero è in effetti sempre la cosa migliore) e un giusto utilizzo dei grassetti per evidenziare le parole chiave e i concetti fondamentali.
Ultimi suggerimenti: dare la possibilità agli utenti di esprimere il proprio feedback o almeno un parere se l’articolo è stato o meno di aiuto e infine chiedere al lettore – e perché no? – di condividere ciò che ha appena letto nel caso in cui si ritenga soddisfatto della nostra spiegazione.

Alessandra Buschi

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I nuovi mezzi ci hanno accompagnato a molti cambiamenti, forse più di quanti per ora comprendiamo. Un esempio può essere, nel campo del cinema, quello del passaggio dalla visione dal grande schermo a quello “medio” dei televisori, per arrivare a fruire di molte pellicole unicamente attraverso piccoli e piccolissimi schermi di tablet e smartphone.

Spazi diversi, quindi, e anche scansione del tempo diversa e ritmi diversi.
Di qui, cambiamenti, modifiche anche nella tipologia di ciò che leggiamo.

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Così è capitato e sta capitando anche per la poesia, anch’essa oggi veicolata dai mezzi digitali e che, a parte le tradizionali forme brevi – a questo proposito ricordiamo la forma dei componimenti poetici giapponesi chiamati haiku formati da tre versi, così come certa poesia ermetica italiana quale quella di Ungaretti – sembra trovarsi bene nello spazio ridotto imposto dalle particolari modalità di lettura degli smartphone.

Esempi – a ben vedere soprattutto da parte di voci femminili – appaiono su LinkedIn, su Instagram, ma anche su Facebook, Tumblr e altri social, dove appunto l’immediatezza, i tempi di lettura e le procedure di passaggio da un post a un altro, da una pagina a un’altra, sono sempre più contratti e hanno abituato il fruitore a scorrere velocemente le righe, a far sì che l’attenzione venga presa e mantenuta più su qualcosa di istantaneo che su qualcosa di strutturato.

Al di là dei gusti personali in fatto di poesia – per dire la verità, personalmente privilegio la poesia breve rispetto a quella con maggior numero di versi per la sua essenzialità e il suo “arrivare all’osso” – è vero che, in questo senso, ci si può chiedere se la tendenza a fruire di certe forme di scrittura è data più dal doversi attenere a esigenze tecniche che a consapevoli scelte artistiche.

Una modalità di composizione, quella breve, che del resto si potrebbe dire accomuni diversi altri tipi di scrittura, anche non prettamente culturali, e che potrebbe trovare un parallelo, almeno nella struttura, nelle forme di testo commerciale – si pensi all’efficacia dei cosiddetti slogan in pubblicità e del payoff di un marchio – e alla grande diffusione che hanno le frasi a effetto, gli aforismi e le citazioni nel mondo dei social e in generale nella rete.

Certo, il rischio è quello di cui già in diversi hanno parlato, e cioè che i propri versi vengano paragonati alle righe che si possono leggere quando si scartano certi famosi cioccolatini, ma è vero che, come in ogni ambito, è il lettore a poter determinare il valore di uno scritto, che sia breve o lungo, postato su un social o pubblicato su carta. Da riconoscere, comunque, che i mezzi digitali hanno dato la possibilità di esprimersi maggiormente e che possono rappresentare il mezzo per veicolare forme di scrittura come la poesia che, se non proprio morte, si erano date almeno come moribonde.

Una questione, dunque, che può essere letta sotto diversi aspetti: è stata la poesia ad adattarsi al mezzo digitale – e quindi il mezzo digitale che ha cambiato la poesia – o il mezzo digitale ha rappresentato il giusto spazio per un genere di componimento che ha trovato nella forma breve la misura che più si confà ai nostri tempi ed è più consona al modo – oggi – di scrivere e leggere poesia?

Difficile dirlo, soprattutto mentre stiamo vivendo questi grandi cambiamenti. Fatto sta, c’è da dire che chi oggi vuol far poesia sa qual è l’importanza che hanno i social network e quanto siano ormai essenziali per promuoversi.

E poi si sa: di poeti che hanno vissuto solo della loro poesia ce ne sono ben pochi. Ben vengano quindi iniziative come quelle di poeti che utilizzano i loro blog o le loro pagine social come vetrine per vendere gadget con i loro versi (tazze, t-shirt, poster…), così come quei – pochi per la verità – fortunati che sono stati notati da grandi nomi della moda o di altri marchi noti, e le cui poesie sono state immortalate su capi e accessori di alta moda così come su altri supporti commerciali di richiamo.

Alessandra Buschi

lavoro da freelance

Lavorare da freelance è una questione di scelta. L’unica risposta possibile alla domanda “Come mai fai il freelance?” non è “Sai mi è capitata questa occasione e ho deciso di coglierla al volo. Certi treni passano una volta sola”.

Questa potrebbe essere la classica e abusata risposta per un impiego di quelli di una volta, con un bel contratto a tempo indeterminato. Il lavoro da freelance appartiene di più alla temuta categoria delle scelte di vita. E le motivazioni dell’appartenenza sono tante: assenza di orari fissi, assenza di stipendio fisso, assenza di ferie prestabilite e così via.

lavoro da freelance

Perché allora cimentarsi in un’attività lavorativa in cui sembrano assenti tutti i presupposti per la tranquillità? Molto dipende da una predisposizione naturale, ma molto dipende anche dai settori e dall’offerta lavorativa che li caratterizza. In alcuni casi si tratta sì di una scelta, ma di una scelta quasi obbligata.
In tutti gli altri casi ci sono degli aspetti della personalità che portano quasi naturalmente a svolgere un’attività freelance. Riconoscersi in questi aspetti significa rendersi conto che sì, la carriera del freelance è decisamente quella giusta!

I quattro segnali per capire quando si è pronti a un lavoro da freelance

Esistono dei segnali chiari che bisogna ascoltare prima di imbarcarsi in una vita da freelance. Funzionano come un piccolo grillo parlante, piazzato lì sulla spalla a indicare la strada migliore da percorrere. Se la predisposizione è verso la vita da lavoratore indipendente, il grillo in questione dovrebbe sottolineare questi aspetti:

Buona conoscenza del funzionamento delle partite IVA, nessuna paura del commercialista e conti in ordine: questi tre elementi sono la base di partenza. Prima di iniziare un’attività da freelance, sarebbe bene poter disporre di un piccolo capitale. Durante il periodo di rodaggio, i guadagni non saranno eccezionali e avere un gruzzolo da cui attingere consente di affrontare le difficoltà con maggiore serenità.

Il conto in ordine, però, non basta se la partita IVA è un mondo sconosciuto. Le partite IVA sono il classico argomento di cui tutti sanno tutto e nessuno sa niente. Sono cioè uno di quegli argomenti su cui ognuno è pronto a esprimere un parere, di solito negativo, ma di cui nessuno conosce con esattezza il funzionamento. L’unica certezza sbandierata è: il carico fiscale esagerato.

Una buona conoscenza dell’argomento è un’arma imporante per chi vuole diventare freelance. Iniziare con l’informarsi per esempio sul regime forfetario, che ha sostituito il vecchio regime dei minimi, è un primo passo. Esistono, infatti, dei vantaggi per i titolari delle partite IVA che sono in possesso dei requisiti per accedere al regime forfetario. Tutti questi aspetti vanno approfonditi con calma e messi nella lista di pro e contro che qualsiasi lavoratore alle prese con la decisione di affrontare l’avventura da freelance dovrebbe valutare.

Capacità di separare vita privata e vita professionale: il lavoro da freelance rischia di fagocitare tutto, mangiandosi le ore libere, i fine settimana e i giorni di ferie. La predisposizione istintiva a vivere su due binari paralleli è il segnale che dà il via libera alla scelta del lavoro indipendente.

Disciplina, disciplina e poi ancora disciplina: un buon freelance è disciplinato, organizzato e vive con il calendario sotto il naso. Organizzazione è la parola d’ordine che permette di affrontare le giornate rispettando scadenze e richieste. È vero il lavoro creativo è considerato senza regole, ma nel caso del creativo freelance le regole sono dettate dal compenso economico. Ecco perché la disciplina è fondamentale, perché ogni commessa ricevuta da un cliente va valutata in termini di tempo, impegno e compenso. Essere disciplinati permette di far andare d’accordo tutti questi aspetti e di essere soddisfatti del rapporto tempo impiegato-ricavo ottenuto-risultato del lavoro. Se non si è disciplinati ma si è fermamente disposti a diventarlo, allora la vita da freelance continua a essere un’opzione da prendere in considerazione.

Consapevolezza della propria professionalità: saper valutare la propria professionalità significa non svendersi, significa saper elaborare preventivi in linea con le proprie capacità e significa anche avere la forza di non abbassare troppo i propri tariffari. Il mondo del freelance è fatto da migliaia di altri freelance che svolgono lo stesso lavoro e che potrebbero applicare costi più bassi. Se non si ha piena consapevolezza di quello che si può offrire in termini lavorativi e del tipo di qualità che ci contraddistingue dagli altri, si rischia di non essere in grado ai autovalutarsi. E questo purtroppo può diventare un’arma a doppio taglio. Qual è il rischio? Ci si svaluta pur di conquistare un cliente e si lavora con un rapporto sfavorevole impegno-tempo-ricavo. A questo poi si aggiunge la componente psicologica dell’insoddisfazione, che può portare sull’urlo di quel brutto baratro denominato frustrazione!

Rina Zamarra

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Cosa vi viene in mente quando sentite nominare la Procter & Gamble? Sicuramente vi passeranno davanti una sfilza di marchi che appartengono alla multinazionale, che vanno da Gillette, Pampers, Tampax e tanti altri.

Ma se questa domanda l’avessimo fatta prima del 2012, per l’esattezza prima delle Olimpiadi di Londra, in pochi avrebbero saputo di cosa si trattava. Eppure la multinazionale americana ha una storia antica alle spalle, degna di essere raccontata, ma per una scelta strategica, sino a quella fatidica data, ha deciso di rimanere silente e di far crescere i suoi marchi singolarmente. La sua Brand Architecture era molto chiara e strutturata in maniera che ogni brand costituisse una singola azienda nell’immaginario dei clienti. Ma cos’è esattamente una Brand Architecture?

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Brand Architecture

La Brand Architecture è la strategia che consente di organizzare i diversi marchi, prodotti e servizi che fanno capo ad un’azienda. E’ l’organizzazione dei diversi business, che questa offre. E’ lo strumento mediante la quale sono definiti i ruoli gerarchici e l’organizzazione dei diversi brand.

Per concretizzare il concetto, immaginate la Brand Architecture come un albero genealogico, in cui sono inseriti i prodotti e servizi offerti in maniera gerarchica. Questa struttura ha lo scopo non solo di rendere ben chiara l’organizzazione stessa del brand, ma anche come questo si presenta al pubblico, cioè ai possibili clienti. E’ l’architettura strutturale di una azienda, mediante la quale sono definiti i ruoli gerarchici e l’organizzazione dei diversi brand.

La Brand Architecture aiuta a comprendere meglio la natura del business di un’ azienda e a dare al cliente un’idea concreta di ciò di cui si occupa. Lo aiuta a trovare esattamente quello che sta cercando. Una Brand Architecture di successo mette i consumatori nella condizione di crearsi delle opinioni e delle preferenze tangibili su determinati marchi.

Mettere in campo una strategia di Brand Architecture risulta molto utile non solo nel momento di creazione del brand, per dargli una definizione e una struttura solida e consistente, ma anche in tutti quei momenti in cui interviene una nuova situazione che potrebbe modificare la conformazione dell’impresa, come ad esempio il lancio di un nuovo prodotto sul mercato. Attraverso la Brand Architecture Strategy sarà più facile allinearsi con la mission della casa madre, decidere quale strategia seguire, che identità dare al nuovo prodotto, come piazzarlo sul mercato, distribuire in maniera coerente e efficiente le risorse e riorganizzare i diversi settori aziendali.

Come queste imprese, che racchiudono in sé numerosi brand, decidono di mostrarsi ai consumatori, dipende dalla Brand Architecture strategy che si mette in campo.

I diversi tipi di Brand Architecture

Le strategie di Brand Architecture possono essere svariate, ognuna ha i suoi punti di forza e le sue debolezze, le più comuni sono tre e si possono riassumere in: Branded House, Sub Branding, House of Brands.

Il primo modello è il Branded House o Modello Monolitico e viene utilizzato quando tutti i brand sono immediatamente riconducibili alla casa madre, perché ne riportano il nome e il logo. E’ il caso, per esempio della Virgin, i cui differenti marchi sono facilmente riconoscibili e collegabili alla casa madre. Ne hanno in comune la reputazione e l’affidabilità sul mercato. Tra i vantaggi di questa strategia c’è sicuramente quello di sfruttare l’immagine aziendale e la possibilità di condividere la comunicazione e quindi di risparmiare sfruttando un economia di scala. D’altro canto un possibile danno d’immagine andrebbe ad attaccare tutta l’azienda e i singoli brand.

Si parla di Sub-Branding o Modello derivato nel caso in cui i differenti brand mantengono una loro identità e autonomia, anche se rimangono comunque legati alla casa madre e ne riportano solitamente il nome e il logo. E’ il caso di Sony Playstation, per esempio. Il brand Playstation condivide la mission e i valori che stanno in capo alla Sony, ma ha la libertà di portare avanti strategie separate e indipendenti, godendo appieno della fama della casa madre.

Un ottimo esempio di House of Brands o Modello multiplo, invece, è quello usato dalla Procter & Gamble. In questo caso ogni marchio agisce come una singola azienda e spesso il brand genitore è sconosciuto ai clienti. Può accadere che convivano nello stesso schema gerarchico due aziende concorrenti, dove ognuna si comporterà in maniera individuale rispetto all’altra. Questo sistema protegge ogni singolo brand dalla reputazione dell’altro, in caso di crisi, ma ha anche dei costi maggiori di organizzazione dovuti alla struttura più articolata delle aziende singole.

Grazie a questi modelli, che strutturano la Brand Architecture, un’azienda è in grado di capire e scegliere come è meglio presentarsi al mercato e ai possibili consumatori.

Monica Curreli

Logo Tmall

Molto probabilmente conosci e hai anche usato AliBaba, l’e-commerce cinese con una miriade di prodotti che spedisce (pur se talvolta con tempi abbastanza lunghi) anche in Italia. È poco probabile però che tu sappia cos’è Tmall. Parliamo di un marketplace anch’esso del gruppo Alibaba che offre molte possibilità interessanti per il marketing e il commercio nel mercato cinese per gli occidentali. Considerando poi che il made in Italy è amatissimo in Cina la possibilità è da considerare.

Logo Tmall

Cos’è Tmall

Tmall è una piattaforma online B2b di proprietà di Alibaba pensata per la vendita di prodotti di marchi occidentali in Cina. Solo marchi di qualità nota e certificata posso essere venduti su Tmall. Per cui a differenza di altre piattaforme bisogna passare una serie di criteri ed essere giudicati come marchi di fiducia per mettere in vendita i propri prodotti su Tmall. Tmall permette di vendere direttamente agli acquirenti cinesi, attraverso depositi e warehouse collocati nelle «free trade zone», ovvero aree sul territorio cinese che consentono il libero scambio, con una riduzione dei costi di logistica e dei tempi di consegna. Le categorie di prodotti più vendute sono: Abbigliamento, accessori e calzature, Bellezza e cura della pelle, Mamma e bambino, Cura personale, Elettronica.

Principali caratteristiche di Tmall

Tmall offre molti vantaggi agli utenti e ai venditori. In primis dà la possibilità di rivolgersi a una platea di oltre 600 milioni di persone e quindi a un mercato enorme. Usa poi il sistema Alipay per i pagamenti per cui chi compra non ha bisogno di una carta di credito. Inoltre è affidabile perché molto selettivo nella scelta dei marchi venduti, che devono essere originali e verificati. Tmall offre inoltre agli utenti un tool di analisi e report delle vendite molto utile. Così come utlli sono le funzionalità di marketing del livestreaming e del news feed con caratteristiche simili a Facebook che permettono di rendere la piattaforma interattiva e molto frequentata dalle persone che tornano a fare acquisti in modo regolare.

Come vendere su Tmall

Essere ammesso tra i venditori su Tmall non è molto semplice ma è garanzia di fiducia e qualità per chi compra e quindi anche di maggiori entrate per chi vende. Per avere uno store su Tmall bisogna essere titolari di un marchio certificato o un distributore autorizzato del brand e avere la propria sede fuori dai confini cinesi. Bisogna inoltre seguire una serie di procedure un po’ lunghe. Prima di tutto è necessario avere una wholly foreign-owned enterprise, cioè una specie di società a responsabilità cinese di proprietà di investitori esteri, senza il requisito obbligatorio di avere un partner locale. Fare richiesta prevede una serie di passi complessi e diversi mesi. Dopodiché si può aprire il proprio store su Tmall pagando una fee annuale che varia in base al prodotto e che non è molto esigua, ma considerando la vastità del pubblico a cui ci si rivolge l’investimento resta potenzialmente molto proficuo.

Gli utenti che comprano su Tmall in Cina sono circa 250 milioni. Se hai un marchio registrato e i prodotti giusti quindi Tmall è una piattaforma che può interessarti molto.

alcuni libri utili su Instagram

Dopo essere stato acquistato da Facebook, Instagram ha sempre più aspetti simili a Messenger. Tra questi rientra la possibilità di vedere le persone attive in un determinato momento sull’app e di mostrare a propria volta agli altri quando si è online. Esattamente come accade nella chat di Facebook. Se hai notato un pallino verde che compare a fianco ai nome degli utenti nei messaggi Direct o in altri punti dell’applicazione, ecco serve proprio a quello. Il pallino verde ha quindi la funzione di segnalare se una persona è disponibile alla chat perché online in un certo momento.

alcuni libri utili su Instagram

Come vedere chi è attivo su Instagram e far vedere agli altri che sei attivo

Quando una persona è attiva su Instagram e può quindi leggere in diretta un vostro messaggio se viene contattata, a fianco alla sua foto profilo ci sarà un piccolo cerchio verde. Il pallino sarà visibile in vari spazi all’interno di Instagram: su Direct, nell’elenco di condivisione di un post e in tanti altri luoghi. I pallini verdi però non sono per tutti. Infatti è possibile visualizzare lo stato solo delle persone che si seguono e di quelle con cui si sono scambiati messaggi su Direct. Ovviamente lo stesso vale anche per te. Se vuoi vedere lo stato in tempo reale degli altri utenti su Instagram devi necessariamente rendere visibile il tuo.

Come disattivare la funzione del pallino verde su Instagram

Non a tutti va di mostrare quando sono attivi su Instagram. I casi e le eventualità per cui questo può succedere sono tanti e vari. Magari ci tieni alla tua privacy o semplicemente non vuoi far sapere a determinate persone che ti seguono quando sei online perché vuoi farti i fatti degli altri senza essere visto. Leggittimo. I social sono usati anche per questo. Allora è possibile disattivare la funzione del pallino verde non mostrando più agli altri quando si è online, ovviamente non potendo più allo stesso tempo vedere lo stato degli altri. Come fare? Devi solo andare nelle Impostazioni cliccando sulle tre linee orizzontali in alto a destra nel tuo profilo e disattivare la spunta “Mostra stato attività”. Così la tua privacy è salva ma gli accessi degli altri in tempo reale a Instagram non ti saranno più visibili.

Chi è stato attivo oggi su Instagram?

Resta comunque una funzione relativa agli accessi su Instagram. Agendo sulla privacy è possibile evitare di mostrare il pallino verde, però puoi vedere chi è stato attivo nelle 24 ore su Instagram attraverso la scritta “attivo oggi su Instagram” che compare a fianco alla foto profilo. Certo si tratta di un’informazione generica e niente di più.